Gioco, emozioni e salute mentale: perché alcune persone cercano nell’azzardo una via di fuga
Ansia, solitudine, noia ed esperienze infantili avverse: la ricerca spiega perché per molte persone il gioco d'azzardo diventa un modo per non sentire le proprie emozioni, più che un desiderio di vincere.
Chi sviluppa un disturbo da gioco d’azzardo non ci arriva quasi mai per un unico motivo. Una vasta meta-analisi che ha passato in rassegna gli studi sui correlati del gioco d’azzardo problematico nella popolazione adulta generale conferma che i fattori di rischio sono molteplici e si intrecciano tra loro, alcuni legati a ciò che si è imparato osservando l’ambiente in cui si è cresciuti, altri legati alla condizione socioeconomica, altri ancora a come si gestiscono le proprie emozioni [1].
La teoria dell’apprendimento sociale sostiene che le persone tendono a riprodurre comportamenti osservati in famiglia o nel proprio contesto sociale, soprattutto se percepiti come gratificanti o normali. Uno studio su quasi 500 bambini tra i 9 e i 14 anni ha rilevato che l’86% di chi giocava d’azzardo regolarmente lo faceva insieme a un familiare, e il 40% giocava direttamente con un genitore [2]. Crescere in un ambiente in cui il gioco è praticato apertamente, senza che le sue conseguenze negative vengano mai rese visibili, aumenta concretamente la probabilità di sviluppare un rapporto problematico con il gioco più avanti nella vita.
Per molte persone il gioco d’azzardo diventa un modo per non sentire, prima ancora che una scelta.Ma osservare il gioco in famiglia non è l’unico modo in cui l’ambiente familiare pesa su questo rischio, e probabilmente non è nemmeno il più importante. La ricerca sulle esperienze infantili avverse, che comprendono abusi fisici o emotivi, trascuratezza affettiva o fisica, e crescere in una famiglia segnata da violenza domestica, dipendenze di un genitore o assenza di regole e figure di riferimento stabili, ha individuato un legame diretto con lo sviluppo di un disturbo da gioco d’azzardo in età adulta. Uno studio ha rilevato che le persone che hanno vissuto tre o più tipi di esperienze infantili avverse hanno una probabilità più che tripla di sviluppare un disturbo da gioco rispetto a chi non ne ha vissuta nessuna [3]. Il dato più utile di questo studio, però, è un altro: ha dimostrato che questo legame passa attraverso la difficoltà a regolare le proprie emozioni. Chi cresce in un contesto segnato da abuso, trascuratezza o assenza di una presenza genitoriale stabile sviluppa più facilmente proprio quelle difficoltà emotive, e il gioco d’azzardo diventa poi, da adulto, lo strumento con cui prova a gestirle [3].
Il gioco d’azzardo, inoltre, raramente resta un problema isolato. La ricerca lo colloca all’interno di un più ampio sistema delle dipendenze: uno studio su un ampio campione della popolazione statunitense ha rilevato che il gioco problematico è associato in modo significativo all’abuso di alcol, tabacco e cannabis, al punto che gli autori raccomandano di intervenire su gioco e dipendenze da sostanze insieme, non separatamente, proprio perché tendono a presentarsi nella stessa persona [4]. A questo si aggiunge un fattore socioeconomico: chi vive in quartieri con un alto tasso di svantaggio economico e sociale mostra tassi di gioco problematico più che doppi rispetto a chi vive in contesti più favoriti, l’11,1% contro il 5,1% secondo uno studio su un campione rappresentativo americano [5], sia per la maggiore disponibilità di occasioni di gioco in questi contesti, sia perché il gioco arriva a rappresentare una delle poche vie percepite come disponibili per migliorare rapidamente la propria condizione economica.

Ma il dato più rilevante non è solo che la povertà aumenti il rischio, è come lo faccia. Uno studio su oltre 28mila adulti canadesi ha rilevato che il legame tra disturbi d’ansia e gravità del gioco d’azzardo non è costante, ma cambia in modo significativo a seconda della condizione socioeconomica: chi vive in condizioni di svantaggio economico e convive anche con ansia mostra un rischio di gioco problematico nettamente più alto rispetto a chi ha lo stesso livello di ansia ma maggiori risorse economiche [6]. In altre parole, la povertà non agisce da sola: amplifica l’effetto che l’ansia e le altre difficoltà emotive hanno già di per sé sul comportamento di gioco, gli stessi meccanismi emotivi di cui parla il resto di questo articolo diventano più pericolosi quando mancano le risorse per affrontarli in altro modo.
Accanto a questi fattori, un altro elemento di rischio, esplorato con particolare profondità dalla ricerca clinica degli ultimi anni, riguarda la regolazione delle emozioni. Una recente revisione sistematica con meta-analisi ha passato in rassegna oltre vent’anni di studi sul rapporto tra disturbo da gioco d’azzardo e regolazione delle emozioni, trovando associazioni specifiche tra il disturbo e alcune difficoltà emotive precise, tra cui la scarsa accettazione degli stati emotivi negativi e la difficoltà a mantenere comportamenti orientati a un obiettivo quando si è sopraffatti da un’emozione difficile [7]. In altre parole, per una parte consistente di chi sviluppa un problema di gioco, l’azzardo non nasce dal desiderio di vincere ma dal bisogno di non sentire.
Il gioco come anestetico emotivo
Il modello dei tre percorsi verso il gioco problematico, proposto nel 2002 da Alex Blaszczynski e Lia Nower sulla rivista Addiction, distingue tra tre profili distinti [8].
Comportamentalmente condizionato
Il problema si sviluppa soprattutto attraverso l’esposizione ripetuta al gioco e i meccanismi di apprendimento, senza che sia necessariamente presente una particolare vulnerabilità emotiva.
Emotivamente vulnerabile
Il gioco viene usato per anestetizzare ansia, stress, umore depresso o un vissuto di vuoto interiore, spesso insieme a difficoltà nella regolazione delle emozioni e autostima fragile.
Impulsivo e antisociale
Le difficoltà nel controllo degli impulsi non riguardano soltanto il gioco, ma possono essere presenti anche in altri ambiti della vita.
È soprattutto sul secondo profilo che si concentra questo articolo: per queste persone il gioco funziona come una sorta di automedicazione comportamentale, un modo rapido e sempre disponibile per interrompere uno stato emotivo intollerabile.
La letteratura definisce questo meccanismo gioco per coping, in opposizione al gioco per divertimento o al gioco per sensazioni forti. Uno studio di Weatherly e Cookman ha rilevato che la sola motivazione di fuga spiega da sola oltre il 32% della varianza nei punteggi di gravità del gioco d’azzardo in un campione di giocatori, un contributo enorme per una singola variabile psicologica [9]. È proprio la motivazione di fuga, più della frequenza di gioco in sé, a predire l’evoluzione verso un problema conclamato.
Una delle spiegazioni più influenti su perché il gioco funzioni davvero come via di fuga arriva dalla teoria generale delle dipendenze formulata dallo psicologo Durand Jacobs nel 1986. Jacobs propose che le persone predisposte alle dipendenze comportamentali condividano uno stato di attivazione fisiologica anomala, associato a un vissuto profondo di inadeguatezza personale, e che il comportamento di dipendenza, in questo caso il gioco, produca uno stato dissociativo temporaneo, una sorta di restringimento della coscienza in cui la persona smette di percepire il tempo, il contesto e le proprie preoccupazioni [10]. Uno studio molto recente su quasi 700 persone ha confermato e quantificato questa intuizione con strumenti clinici standardizzati: la dissociazione durante il gioco è risultata legata alla gravità del disturbo soprattutto attraverso la motivazione di coping, spiegando da sola il 58% dell’effetto totale della dissociazione sulla gravità del gioco [11]. È il motivo per cui molte persone descrivono le ore passate a giocare come tempo sospeso, in cui tutto il resto smette di esistere, non come intrattenimento ma come anestesia. Per chi vive stress, ansia o tensioni quotidiane di ogni tipo, lavorative, familiari, relazionali, quel restringimento della coscienza diventa una specie di valvola di sfogo, l’unico momento della giornata in cui la mente smette di macinare pensieri e il corpo si scarica di una tensione accumulata altrove. Con il tempo questo momento smette di essere un effetto collaterale gradito e diventa qualcosa che si cerca attivamente, una sorta di appuntamento fisso con l’unico spazio in cui ci si sente, almeno per un po’, sollevati.
Solitudine e noia, due stati che alimentano il gioco
Uno degli stati emotivi più studiati in relazione al gioco d’azzardo è la solitudine. Uno studio longitudinale finlandese pubblicato nel 2025 sul Journal of Behavioral Addictions ha seguito oltre 600 persone per due anni, misurando ripetutamente solitudine, gioco motivato dalla fuga e gravità del problema di gioco. I risultati mostrano che la solitudine precede e predice un aumento del gioco motivato dalla fuga nel tempo, il quale a sua volta predice un peggioramento della gravità del gioco, disegnando un circolo che tende ad autoalimentarsi: la persona gioca per sentirsi meno sola, ma più il gioco diventa centrale nella sua vita più si isola dalle relazioni reali [12].
Accanto ad ansia e solitudine, la ricerca ha individuato un altro stato emotivo spesso sottovalutato: la propensione alla noia, intesa non come un momento passeggero ma come un tratto stabile caratterizzato da un vuoto interiore ricorrente e dalla difficoltà a trovare stimolazione nella vita quotidiana. Uno studio clinico ormai classico, condotto dallo stesso Blaszczynski insieme a McConaghy e Frankova, ha confrontato un gruppo di giocatori patologici con un gruppo di controllo, trovando nei primi punteggi significativamente più alti sia di propensione alla noia sia di sintomi depressivi, al punto da ipotizzare l’esistenza di sottotipi di giocatori patologici: uno caratterizzato prevalentemente dalla noia, uno dalla depressione, uno da entrambe [13]. La noia cronica, in questo senso, non è un dettaglio di colore ma un vero fattore di rischio: il gioco offre uno stimolo immediato e intenso in un vuoto che altrimenti resterebbe non riempito.
Questa capacità di riempire il vuoto non è casuale, i giochi sono costruiti apposta per farlo, ma è un meccanismo che approfondiremo in un prossimo articolo dedicato proprio a cosa succede nel cervello mentre si gioca.
Se c’è un filo che lega ansia, solitudine e noia in questo articolo, è che nessuna di queste emozioni riguarda davvero il gioco in sé. Riguarda quello che il gioco riesce a fare per un momento: farle tacere. Capire questo cambia lo sguardo su chi vive un problema di gioco, non è quasi mai una questione di forza di volontà o di attrazione per il rischio, è la ricerca di un sollievo che altrove non si riesce a trovare. Ed è proprio in quello spazio, tra l’emozione che spinge verso il gioco e il gioco che promette per un attimo di farla sparire, che un intervento può davvero fare la differenza.
Loqui e Oltre il Gioco nascono anche per questo, per offrire uno spazio in cui iniziare a riconoscere quella ricerca di fuga prima ancora di arrivare a una diagnosi, così che chi si riconosce in questi meccanismi possa iniziare a chiedersi cosa sta davvero cercando di gestire, e trovare un modo più sostenibile per farlo.
Se ti riconosci in questi meccanismi, o li riconosci in una persona a cui vuoi bene, parlarne con un professionista della salute mentale è un primo passo concreto. Il Telefono Verde nazionale per il gioco d’azzardo, 800 558822, offre un primo ascolto gratuito e riservato.
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Fonti
- Allami Y., Hodgins D. C., Young M., Brunelle N., Currie S., Dufour M., Flores-Pajot M., Nadeau L. (2021). A meta-analysis of problem gambling risk factors in the general adult population. Addiction, 116(11), 2968-2977.
- Gupta R., Derevensky J. L. (1997). Familial and social influences on juvenile gambling behavior. Journal of Gambling Studies, 13(3), 179-192.
- Poole J. C., Kim H. S., Dobson K. S., Hodgins D. C. (2017). Adverse childhood experiences and disordered gambling: Assessing the mediating role of emotion dysregulation. Journal of Gambling Studies, 33(4), 1187-1200.
- Barnes G. M., Welte J. W., Tidwell M. C. O., Hoffman J. H. (2015). Gambling and substance use: Co-occurrence among adults in a recent general population study in the United States. International Gambling Studies, 15(1), 55-71.
- Barnes G. M., Welte J. W., Tidwell M. C. O., Hoffman J. H. (2013). Effects of neighborhood disadvantage on problem gambling and alcohol abuse. Journal of Behavioral Addictions, 2(2), 82-89.
- van der Maas M. (2016). Problem gambling, anxiety and poverty: an examination of the relationship between poor mental health and gambling problems across socio-economic status. International Gambling Studies, 16(2), 281-295.
- Velotti P., Rogier G., Beomonte Zobel S., Billieux J. (2021). Association between gambling disorder and emotion (dys)regulation: A systematic review and meta-analysis. Clinical Psychology Review, 87, 102037.
- Blaszczynski A., Nower L. (2002). A pathways model of problem and pathological gambling. Addiction, 97(5), 487-499.
- Weatherly J. N., Cookman M. L. (2014). Investigating several factors potentially related to endorsing gambling as an escape. Current Psychology, 33(3), 422-433.
- Jacobs D. F. (1986). A general theory of addictions: A new theoretical model. Journal of Gambling Behavior, 2, 15-31.
- Zoraloğlu C., Demetrovics Z., Griffiths M. D., Czakó A., Horváth Z., Király O. (2025). The mediating effect of gambling motives between psychiatric symptoms, dissociation, and problem gambling severity. Journal of Gambling Studies.
- Hagfors H., Kaakinen M., Savolainen I., Vepsäläinen J., Oksanen A. (2025). Lonely gamble, a longitudinal study of loneliness, gambling to escape and problem gambling. Journal of Behavioral Addictions, 14(2), 972-981.
- Blaszczynski A., McConaghy N., Frankova A. (1990). Boredom proneness in pathological gambling. Psychological Reports, 67(1), 35-42.